venerdì 19 luglio 2013

Il counseling: un aiuto alla valorizzazione della persona e al riconoscimento delle sue potenzialità

In quest’epoca moderna di forte depressione sociale, economica e lavorativa la disperazione si tocca con mano e si sente viva nei discorsi delle persone. Lo scontento generale è tangibile e le notizie che i telegiornali ci propongono sono un chiaro segnale di emergenza. Aziende che falliscono quotidianamente, imprenditori e lavoratori, caduti nella più totale depressione, che decidono di togliersi la vita vedendola come unica soluzione. La realtà è spaventosa ed è evidente che c’è un estremo bisogno di supporto. L’intervento che in questi casi dev’essere attuato per fermare questa ondata di malcontento globale è un aiuto sulla persona. La crisi che più di tutte ha generato questa sorta di recessione è da imputare alla perdita di valore dell’essere umano. Oggi, l’unico elemento di valore riconosciuto è il denaro e tutto ciò che ne deriva. Siamo diventati schiavi dell’economia quando l’economia dovrebbe essere uno strumento per valorizzare al meglio la vita delle persone. Siamo diventati servi di una politica che non ci appartiene quando la politica dovrebbe essere volta al raggiungimento del bene collettivo. Ed è proprio sulla valorizzazione dell’essere umano che mi voglio soffermare dedicando il mio quarto articolo ad una figura professionale di rilevante importanza ed utilità: la figura del counselor. Il counselor è un professionista che aiuta il cliente a riflettere sulle proprie difficoltà, sviluppando nuove soluzioni al problema esistente. La maggior parte delle volte, il disagio esiste perché il soggetto non ha una reale visione della propria situazione e quindi vaga senza meta, facendosi sopraffare dalla negatività, ingigantendo il disagio, perdendo quei pochi punti fermi di cui dispone. La reale consapevolezza di sé è uno dei primi passi da raggiungere che il couselor facilita, sottolineando le condizioni di benessere attive attraverso il potenziamento delle risorse di cui già dispone. Per condizioni di benessere attive intendo la parte sana, matura e razionale del cliente che lavora, assieme al professionista, sulla parte immatura ed irrazionale di sé. Il couselor non esprime propri pareri ne tanto meno consiglia azioni da compiere. Il counselor favorisce e accompagna il soggetto alla risoluzione del problema. A differenza di un intervento psicologico o psicoterapeutico, il counseling fa del problema il punto di partenza attualizzandolo, senza ricercarne l’origine nel passato evolutivo del soggetto. La tecnica del counseling si svolge tra due persone, il counselor ed il cliente o tra il counselor ed un gruppo di persone (counseling di gruppo) attraverso il dialogo e la comunicazione empatica. La qualità della relazione che unisce il counselor ed il cliente determina la riuscita dell’intervento . La relazione si basa sulla collaborazione di entrambi nel rispetto dei ruoli e tanto più il counselor sarà autentico e coerente tanto più efficace sarà l’aiuto. Esistono vari approcci e varie tipologie di counseling. Essendo un intervento volto alla risoluzione di problemi evolutivi di un individuo in qualunque contesto sociale, lavorativo, familiare, etc.. è applicabile in ambiti diversi. Di seguito ne riporto alcuni: il counseling relazione (di coppia o familiare), il counseling scolastico, aziendale, ospedaliero, universitario, di orientamento o più specificamente oncologico, sessuologico o di sostegno a persone con gravi patologie fisiche. E’ evidente che questa tecnica non è applicabile a quei soggetti patologici che necessitano un intervento clinico medico terapeutico. La ricerca ed il riconoscimento delle proprie attitudini personali aumentano l’autostima ed incentivano il rendimento. Ecco quindi che la valorizzazione dell’essere umano viene riconosciuta come punto focale della riuscita individuale, familiare, lavorativa ed economica.

domenica 14 luglio 2013

Separazione di coppia e potestà genitoriale

Oggi volevo attirare la vostra attenzione sul significato di questi due concetti profondamente diversi ma, sempre più spesso,confusi o poco presi in considerazione. Si presuppone che, quando due persone, sposate o no, non si amano più si debbano lasciare, per il bene loro e perché vivere alla spalle dell’altro, non è mai rispettoso per l’ex partner e né tantomeno per se stessi . Detto questo, c’è un aspetto più importante da considerare, gestire e da mettere in primo piano: il destino del figlio. Premetto che non appartengo alla categoria di persone che,nonostante tutto, pensano si debba stare insieme per i figli, per non causare loro dei traumi e per non sentirsi in colpa nei loro confronti. La considero una presa di posizione arcaica ed un filo egoista, applicata e riconducibile ai tempi dei nostri nonni. Ma non ad oggi. Un elevato numero di studi e di ricerche hanno confermato che il trauma del figlio legato alla separazione è da imputare alla cattiva gestione della stessa. Una famiglia unita vive d’affetto,emana amore, rispetto, educazione, carezze e sorrisi. In una famiglia finta, separata “in casa”, di sicuro non c’è tutto questo ed il figlio percepisce un clima freddo, disinteressato e a volte ostile. Senza tener conto dell’insorgere di liti, offese, dispetti e nei peggiori casi, di violenza, magari di fronte al figlio. Il bambino assorbe tutto quello che vede e che sente e molto spesso, si pensa la causa del fallimento familiare.Tutto quello che un tempo era equilibrio, stabilità e riferimento adesso non c’è più ed è chiaro e comprensibile, che in lui nascano sentimenti di sofferenza, solitudine e di angoscia. Non potendosi confrontare con i coetanei per un sentimento di vergogna e nemmeno con l’adulto, il bambino si chiude in se stesso ed inizia un processo di auto colpevolizzazione molto dannoso. Questo esempio di famiglia non corrisponde al giusto e c’è il rischio che il bambino confonda l’affetto con l’ira ed il disprezzo. E’ evidente che in un contesto malsano, le sue paure, le sue continue domande senza risposta ed il bisogno di essere rassicurato non sono al primo posto dei problemi da risolvere e la frustrazione aumenta, con la comparsa di disturbi comportamentali e, nel tempo, di probabili patologie. Il genitore, troppo preso a fare il sostenuto in presenza dell’altro, concentrato a viversi la propria vita, a volte, pieno di rancore, tende a non accorgersi delle manifestazioni di disagio del figlio, anche perché molto spesso, non sono visibilmente esternate. Quando, al contrario, il bambino agisce e reagisce con comportamenti di lampante sofferenza, invece di intervenire e capire l’origine del problema, si cerca di attribuirne le colpe all’altro partner. Questo quadro disastroso, oltre a non risolvere un bel niente, crea ulteriore stress in una situazione già pesantemente stressante ed ancora una volta, si passa sopra al reale problema del figlio. La distinzione tra separazione e potestà genitoriale sta proprio in questo: mentalizzare ed accettare che si continuerà ad essere per sempre genitori di quel figlio avuto e voluto insieme e che, proprio per lui, è necessario quanto più obbligatorio, mantenere un rapporto civile in sua presenza. Con rapporto civile intendo fargli capire attraverso parole e fatti, che lui rimarrà sempre il figlio amato e che continuerà a ricevere lo stesso affetto anche da separati. Di rilevante importanza è anche la continuità di un filo educativo comune per evitare l’insorgere di scompensi. Il bambino, contrariamente a ciò che si pensa, potrebbe sviluppare un falso sé. Ciò significa che inizierebbe a comportarsi dalla mamma come fa piacere alla mamma e dal papà come fa piacere al papà. Contemporaneamente al falso sé, potrebbe presentarsi la situazione in cui il bambino si sente in dovere di prendersi cura del genitore (secondo lui) più fragile, quel genitore che durante la fase della separazione ha sfogato angosce, tristezze e pianti nei confronti dell’ex partner proprio con il figlio. Questi sono solo alcuni esempi di una situazione esasperata di una separazione mal gestita o non gestita affatto. Le dannose ripercussioni che interesseranno quella che una volta era una famiglia unita, sono molteplici. Più è forte e duratura la conflittualità, tanto più saranno gravi le conseguenze sul figlio. Per evitare questa carrellata di errori/orrori è indispensabile parlarne. Sarebbe opportuno iniziare una campagna di sensibilizzazione genitoriale generale, anche solo per un esclusivo interesse informativo. Per una più ampia tutela del minore, qualora nella coppie non ci fosse una corretta distinzione tra i due concetti , sarebbe necessario che il giudice decretasse un percorso psicologico genitoriale, volto al solo rapporto con il figlio. Il genitore ha il diritto ed il dovere di conoscere le conseguenze che si potrebbero manifestare sul proprio figlio. Quando è troppo tardi, gli interventi da preventivi diventano riparativi e sono limitati a non peggiorare ulteriormente il danno. La causa di quel danno sarete proprio voi. Non è un peso leggero da portare per il resto della vostra vita. Pensateci.

martedì 9 luglio 2013

Avete mai provato a guardare un problema di spalle?

A volte, chi ci chiede un consiglio vuole solo sentirsi rispondere con un’azione, se pur lontana da lui, mirata alla risoluzione del problema. E’ chiaro che una simile risposta  non volge all’aiuto vero e proprio ma, se in quel momento, capite che quella è la cosa migliore da fare, fatela. Se sentite che quello è il modo di avvicinare la persona a voi, per portarla ad un futuro stato di equilibrio, fatelo. In un secondo momento, ci sarà sicuramente la possibilità di chiarire, per rendere consapevole il soggetto delle sue possibilità innate. La via migliore per aiutare una persona è farle capire che la risposta è dentro di lei e che per trovarla, è sufficiente utilizzare il principio della riformulazione del problema. La riformulazione è la trasformazione/traduzione del problema espostoci, in maniera più chiara e concisa, utilizzando altre parole ma prestando attenzione a non introdurre elementi estranei, dettati dalla propria interpretazione. Questo ci permette di attivare un approccio empatico con la persona con cui si è entrati in relazione, facendole capire che abbiamo compreso il suo problema e che allo stesso tempo ce l’ha esposto in maniera chiara da permetterci di capirlo. La riformulazione sta proprio in questo. Permettere al soggetto di arrivare a elaborare il problema sotto altri punti di vista, per poterlo risolvere al meglio rendendosi conto, che la sua entità è assai inferiore rispetto all’origine. A volte, quando ci si sente in equilibrio con se stessi e si vuole aiutare chi ci sta vicino, si tende ad utilizzare un aiuto non consono al livello di partenza del soggetto rischiando così di non essere capiti o addirittura di essere fraintesi. E’ necessario quindi fare un passo alla volta, come abbiamo fatto noi stessi, per arrivare al raggiungimento della concezione esistenziale della consapevolezza di sé e del “qui ed ora”. E’ fondamentale quindi, che il soggetto arrivi autonomamente a capire che questo è possibile e che è possibile grazie alle proprie forze. La relazione d’aiuto che si attiva al momento della richiesta del consiglio, deve via via portare il soggetto al raggiungimento della comprensione e dell’accettazione della propria situazione. Attraverso il dialogo, la riflessione e la riformulazione è possibile innalzare il proprio livello di benessere  e raggiungere quello stadio di autenticità, che ci porterà ad una relazione alla pari tra soggetti che contemporaneamente danno e ricevono.