lunedì 17 febbraio 2014

Cyberbullismo: accenni e riflessioni di un genitore

Ha destato scalpore la notizia della ragazzina di 14 anni di Cittadella, che si è suicidata qualche giorno fa, gettandosi dal tetto di un hotel. Scalpore che ha dato spazio ad altre emozioni allarmanti quali la paura, l’angoscia, il dispiacere.
Non voglio entrare nel merito della vicenda in sé, non sono una giornalista e per di più, vorrei conservare una certa idea di rispetto nei confronti del dolore dei familiari. Piuttosto mi preme analizzare l’insieme delle nozioni e degli spunti riflessivi che questa notizia mi ha permesso di elaborare sia che si tratti la vittima, sia che si tratti il persecutore.
Sappiamo per vissuto, di come la fase preadolescenziale e adolescenziale sia un momento destabilizzante, di incertezza, di sviluppo e modificazione fisica e psicologica. E’ un momento in cui la costruzione e la strutturazione  dell’autonomia e della consapevolezza individuale entrano in conflitto con il continuo bisogno di essere accettati nel contesto sociale e cioè dai loro coetanei. Una ricerca ad un’affermazione individuale nel sociale che può essere manifestata sotto forma di sfida personale nei confronti della vita e perché no, nei confronti dei propri genitori (es. perché non accettano il mio essere, non mi capiscono, mi vorrebbero diverso, migliore, mi riprendono sempre ma non mi ascoltano, etc).
Anche il linguaggio tra genitore e figlio inizia a diversificarsi in maniera importante e si perde quel contatto che fino a qualche giorno prima, ci dava la sicurezza di averlo ancora sotto il nostro controllo.
Proviamo ora a porci qualche domanda sulle agenzie educative sociali: famiglia, scuola, comunità e/o quartiere,  compagnia di amici, comunità sportiva. La prima in assoluto è indubbiamente la famiglia e questo comporta delle enormi responsabilità. C’è un apporto qualitativo scadente a volte mancante, di tutte queste agenzie che è spaventoso; ne consegue una eccessiva carenza qualitativa nei ragazzi sia dal punto di vista evolutivo, sia strumentale e ancor di più relazionale.
Che genitori siamo? Cosa e quanto riusciamo a trasmettere ai nostri figli? Non si nasce genitori perfetti e nemmeno genitori ma dal momento in cui ci siamo concessi il privilegio di diventarlo, abbiamo nei suoi confronti un grandissimo dovere: attrezzarlo nel migliore dei modi perché possa evolversi ed affermarsi come adulto felice, capace, inquadrato, riconosciuto ed accettato. Il genitore ha l’obbligo di migliorarsi sempre e di aggiornarsi su quelle che sono le problematiche attuali per sapere in quale contesto vive e vivrà suo figlio. E lo può fare partecipando alle serate informative, leggendo e chiedendo. C’è l’imbarazzo della scelta.
Non si può pensare di tenere il proprio figlio sotto una campana di vetro e poi arrivati alle medie (perché adesso è abbastanza grande), di lasciarlo in preda ai leoni.
Il ragazzo va sensibilizzato già nell’ambiente familiare. Non facciamo l’errore di delegare la scuola per certi argomenti. La scuola, seconda agenzia educativa, dovrà e potrà essere un forte supporto alla famiglia purché vi sia una collaborazione civile ed interessata da entrambe le parti. Il nostro interesse alla sua realtà, ci permetterà di stabilire un rapporto di comunicazione continuativa in quanto si renderà conto che siete informati su ciò che tocca con mano, che lo riguarda e vive quotidianamente. Potrebbe essere un forte collante da alimentare senza timori, non dimenticando mai che l’adolescente ha il diritto di sentire riconosciuta la propria intimità ed autonomia all’interno del nucleo familiare.
Facciamogli capire che lo amiamo, cerchiamo di spiegargli (da piccoli soprattutto scegliendo i libri giusti da leggere) il valore che ha come persona in sé e all’interno del nucleo familiare, aiutiamolo a capire quali sono le sue attitudini (che non sempre sono le nostre), per cosa prova interesse, passione, creatività.
Questo processo va compiuto prima della fase adolescenziale e sarà soprattutto da questo, che dipenderà la struttura del suo essere ragazzo oggi e uomo domani. Da quanti tasselli della sua anima e della sua mente siamo riusciti a riempire, da quanti sono rimasti vuoti, senza tener conto di quelli che sono stati riempiti negativamente. Oggi si parla di social, del loro uso e abuso, della loro pericolosità, della loro influenza.
E’ sicuramente cambiato il modello di relazionarsi in quanto prima c’era un rapporto tu per tu oppure tu con il gruppo, ora con questi strumenti si è a “tu con tutto il mondo” e quindi tutto avviene in proporzione a questo, nel bene e nel male. Un’altra differenza sta nel “noi figli” che non abbiamo vissuto questa fase tecnologica dei social e perciò arriviamo impreparati nell’affrontarla nel modo corretto. Non è certo impendendo l’account che si risolve qualcosa anzi.
In qualità di figure adulte che dovrebbero proteggere e tutelare il bambino che si trasforma in ragazzo, ragazzo che vive questo turbolento periodo di cambiamento totale che è l’adolescenza, quanti genitori, nonni, zii si sono attivati? Ma quello che più mi disturba mentalmente è questo: perché scatta in noi la molla, solo quando veniamo stimolati, in questo caso da un evento tragico come può essere un suicidio di una ragazzina, che potrebbe benissimo essere nostra figlia o l’amica di nostra figlia?
A questo punto mi viene spontanea una riflessione che non c’entra con il caso, ma che in un certo senso, ha lo stesso input concettuale. Avrete sicuramente sentito, direttamente o indirettamente, la frase che lo Stato e leggi intervengono solo a fatto accaduto. Ergo non c’è tutela né prevenzione ma solo azione dopo l’accadimento. Non vi sembra ci sia una connessione, una linea comune, una stessa visione procedurale? Forse siamo dentro ad un sistema che funziona così in tutto e per tutto. Siete d’accordo?
La domanda che a questo punto sembra uscire quasi da sola è: come si fa ad invertire il senso di marcia? Come si fa ad evitare che si arrivi a tanto, all’estremo,  all’ultimo stadio di sopportazione prima dell’esplosione? Dobbiamo necessariamente fare un corso accellerato (ma neanche tanto) di amore, quello puro, quello spirituale che riporta ogni cosa alla sue essenza. Questo è l'unico modo per capirlo, per introiettarlo e farlo nostro e per donarlo e trasmetterlo anche ai nostri figli. L'amore.
Prima di concludere vorrei dedicare un pensiero ai miti di oggi, agli idoli che i nostri figli si trovano a disposizione come scelta, nel volerli imitare. Vi confesso che ogni volta che il mio pensiero si posa su questo argomento mi viene da piangere e la voglia di far le valige ed andarmene con le mie figlie nel bel mezzo della savana, a contatto con la natura vera e con l’essenza dell’uomo e del mondo, si fa sempre più forte. (es. Lady Gaga, Justin Bieber, Violetta, Katy Perry, etc)
Comunichiamo sempre con i nostri figli, diventiamo umili nel chiedere scusa quando ci rendiamo conto che abbiamo sbagliato, confidiamoci facendogli appunto capire che siamo anche noi in fase di sperimentazione come genitori e che insieme, rispettandosi, ascoltandosi, parlando e condividendo potremo comprenderli al meglio.